Il metodo De Magistris e le ombre
L’indagine sulla cosiddetta loggia P4 finirà come finirà. Dopo aver già emesso la sua sentenza mediatica, ché questo serve alla lotta politica, potrebbe anche finire in una bolla di sapone, come del resto è gia accaduto quando era stata promossa da Luigi De Magistris, e come è capitato per altre clamorose iniziative del sostituto procuratore Henry John Woodcock. Gioverà comunque alla visibilità e magari a una futura carriera politica, visto il precedente che riguarda il sindaco di Napoli.
21 AGO 20

L’indagine sulla cosiddetta loggia P4 finirà come finirà. Dopo aver già emesso la sua sentenza mediatica, ché questo serve alla lotta politica, potrebbe anche finire in una bolla di sapone, come del resto è gia accaduto quando era stata promossa da Luigi De Magistris, e come è capitato per altre clamorose iniziative del sostituto procuratore Henry John Woodcock. Gioverà comunque alla visibilità e magari a una futura carriera politica, visto il precedente che riguarda il sindaco di Napoli. Del resto, se si possono impunemente avviare iniziative giudiziarie avventurose, traendone anzi lustro in certi ambienti – è quello che potremmo definire il metodo De Magistris – è naturale che il cattivo esempio venga poi seguito. Per quel che si capisce dai dati forniti dalla procura, a Luigi Bisignani viene contestata “l’illecita acquisizione di notizie e informazioni, anche coperte da segreto”.
In un paese in cui la violazione del segreto istruttorio è la regola più che l’eccezione, in cui gli avvisi di garanzia finiscono prima sulle pagine dei giornali che all’indirizzo degli interessati, perseguire questo reato sembra un optional, utilizzato in modo perlomeno selettivo. C’è poi la questione delle raccomandazioni, cioè, secondo il linguaggio forbito del procuratore aggiunto napoletano Franco Greco, delle “altre utilità”. Sempre che le raccomandazioni (per ora smentite dagli interessati) ci siano state, è facile immaginare che cosa accadrebbe in Italia, o in qualsiasi altra parte del mondo, se chi fa una segnalazione viene privato per questo della libertà personale. Secondo le interpretazioni giornalistiche, Bisignani avrebbe informato il sottosegretario Gianni Letta, su procedimenti a suo carico, che se esistessero avrebbero dovuto essere comunicati dalla magistratura all’indagato, come non è avvenuto, forse per il semplice fatto che quei procedimenti non esistono. Tanto basta, però, per gettare ombre su di una figura centrale del sistema di governo.
Parlando di loro colleghi finiti nel mirino in un’inchiesta torinese sulla criminalità organizzata, Valentino Castellani e Sergio Chiamparino, ex sindaci di centrosinistra del capoluogo piemontese, scrivono che a queste persone per bene, spetta di “spiegare il perché e il come, certamente in buona fede, hanno avuto contatti con una persona che è stata arrestata. Non spetta invece a nessuno emettere giudizi sommari che non giovano alla verità e rischiano solo di alimentare quel pessimo luogo comune che ‘tanto, in politica, sono tutti uguali’. Beninteso: disonesti”. Sagge parole, che sarebbe bene impiegare nei confronti di tutte le persone per bene, Gianni Letta in testa.
In un paese in cui la violazione del segreto istruttorio è la regola più che l’eccezione, in cui gli avvisi di garanzia finiscono prima sulle pagine dei giornali che all’indirizzo degli interessati, perseguire questo reato sembra un optional, utilizzato in modo perlomeno selettivo. C’è poi la questione delle raccomandazioni, cioè, secondo il linguaggio forbito del procuratore aggiunto napoletano Franco Greco, delle “altre utilità”. Sempre che le raccomandazioni (per ora smentite dagli interessati) ci siano state, è facile immaginare che cosa accadrebbe in Italia, o in qualsiasi altra parte del mondo, se chi fa una segnalazione viene privato per questo della libertà personale. Secondo le interpretazioni giornalistiche, Bisignani avrebbe informato il sottosegretario Gianni Letta, su procedimenti a suo carico, che se esistessero avrebbero dovuto essere comunicati dalla magistratura all’indagato, come non è avvenuto, forse per il semplice fatto che quei procedimenti non esistono. Tanto basta, però, per gettare ombre su di una figura centrale del sistema di governo.
Parlando di loro colleghi finiti nel mirino in un’inchiesta torinese sulla criminalità organizzata, Valentino Castellani e Sergio Chiamparino, ex sindaci di centrosinistra del capoluogo piemontese, scrivono che a queste persone per bene, spetta di “spiegare il perché e il come, certamente in buona fede, hanno avuto contatti con una persona che è stata arrestata. Non spetta invece a nessuno emettere giudizi sommari che non giovano alla verità e rischiano solo di alimentare quel pessimo luogo comune che ‘tanto, in politica, sono tutti uguali’. Beninteso: disonesti”. Sagge parole, che sarebbe bene impiegare nei confronti di tutte le persone per bene, Gianni Letta in testa.